Un giovedì per far quadrare l’affitto dopo una separazione, ritagliarti un controllo per te e guardare con occhi nuovi i compiti difficili.
Famiglie separate · Soldi
Dopo la separazione paghi un affitto? C’è un contributo fino a 6.000 euro
Se dopo la separazione sei tu ad aver lasciato la casa di famiglia e ora paghi un affitto, da ieri puoi chiedere un aiuto.
Il Ministero delle Infrastrutture ha aperto la piattaforma per i genitori separati o divorziati che non vivono più nella casa familiare di proprietà e hanno almeno un figlio a carico sotto i 21 anni. Copre metà dell’affitto pagato in un anno, fino a 6.000 euro: con un canone di 700 euro al mese si arriva a 4.200. Non serve l’ISEE, conta il reddito personale, entro 35.000 euro. Servono un contratto registrato a tuo nome, i dati della separazione e un IBAN intestato a te, oltre a essere in regola con il mantenimento dei figli. Si entra con SPID o carta d’identità elettronica fino alle 12 del 28 ottobre. Non vince chi arriva prima, le graduatorie sono regionali. Ricontrolla tutto prima di inviare: poi la domanda non si può modificare.
Ottobre è il mese giusto per quel controllo al seno che rimandi
Tra visite dei figli, colloqui e vaccini, il tuo controllo finisce sempre in fondo alla lista?
Per tutto ottobre le 105 associazioni provinciali della LILT, la Lega italiana per la lotta contro i tumori, offrono visite senologiche gratuite e incontri con la campagna Nastro Rosa. Non c’è un calendario unico: date, età e prenotazioni cambiano da città a città. Il modo più rapido per sapere cosa c’è vicino a te è il sito della tua LILT provinciale o il numero verde 800 998877. Tra i 50 e i 69 anni la mammografia ogni due anni è già gratuita con lo screening della tua Regione, e in alcune Regioni si comincia prima. Il primo gesto, ricorda la LILT, è conoscere il proprio seno con l’autopalpazione.
Non è sempre un capriccio: quando la fatica a scuola ha un nome
Il mal di pancia prima di entrare in classe, il quaderno accartocciato, il silenzio in macchina all’uscita. A volte è stanchezza, a volte è altro.
Su Corriere Salute l’attrice Gloria Bellicchi, mamma di due ragazzi dislessici, racconta gli anni in cui leggeva quei segnali come pigrizia o brutto carattere. Il suo invito ai genitori è non avere paura della parola dislessia. Dare un nome alla difficoltà permette alla scuola di preparare un piano didattico personalizzato, con tempi e strumenti adatti, e al bambino di smettere di sentirsi sbagliato. Se qualcosa non ti torna, parlane prima con le maestre, che lo vedono leggere e scrivere ogni giorno. Poi il pediatra può indirizzarvi verso una valutazione, che per la lettura di solito si fa dalla fine della seconda elementare. Intanto può aiutare cambiare domanda: invece di «com’è andata?», chiedere che cosa oggi è stato facile e che cosa no.